Si! Bisogna mandare a case  o ridurre gli enti unitili che ormai sono come i parassiti, è difficile contarli. Sono insopportabili, dispendiosi, arroganti, hanno sempre  dei vitalizi e dei privilegi  sottomano da sfruttare nel migliore dei modi a loro favore, decidono su cose che dovrebbero decidere gli altri, e spesso sono duplicati di costole ministeriali. Il mancato riferimento  di tagli di questi enti  “inutili” nella doppia manovra da parte del Governo e delle opposizioni,  lascia perplesso il cittadino.  Ci è piaciuto molto ad esempio  un  articolo a firma di Alberto Stanchelli  pubblicato il 10 giugno 2011 (pochi giorni prima della prima manovra correttiva del governo) sul Consiglio Nazionale Economia e Lavoro (C.N.E.L)  che qui  pubbblichiamo nella sua integrale stesura.

Cnel: una legge per riformarlo
Alti costi e nessuna efficacia

Nell’ambito della nostra rubrica “Quanto ci costi?” pubblichiamo un’analisi sul Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro: componenti, costi, attività. Con una proposta – in attesa di una legge costituzionale di soppressione – per cominciare a risparmiare da subito.

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, previsto dall’articolo 99 della Costituzione e istituito nel 1957, è composto da 121 consiglieri così individuati:

1)    12 esperti scelti tra qualificati esponenti della cultura economica, sociale e giuridica.
2)    99 rappresentanti delle categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato.
3)    10 in rappresentanza delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato.

L’attività di consulenza del Cnel si svolge con l’elaborazione di pareri, su richiesta del Parlamento, del Governo e delle Regioni oppure di propria iniziativa con osservazioni e proposte sulla legislazione in itinere, sui maggiori temi della politica economica, del lavoro e delle politiche sociali, dell’ambiente, delle reti ed infrastrutture, delle politiche europee ed internazionali.

Le aree tematiche sono innumerevoli: ambiente, economia, emigrazione, Europa e rapporti internazionali, finanze, immigrazione, innovazione, istituzioni e attività politiche, istruzione, lavoro, legalità, pubblica amministrazione, regioni e autonomie, reti ed energia, sistema produttivo, sociale, sport. Le macro aree poi si moltiplicano a loro volta con ulteriori sezioni diversificate per argomento. A titolo esemplificativo, nella sola area del sistema produttivo sono contenute ben 13 sezioni.

In 50 anni di attività, sono circa 970 gli atti elaborati dall’organismo, una media di poco più di 19 atti l’anno a fronte di un totale di 17 macro aree tematiche.

Tali atti sono così raggruppati per tipologia: 96 pareri (circa 2 pareri annui), 350 test di Osservazioni e proposte (7 documenti annui), 14 disegni di legge (circa un disegno di legge a triennio), 270 Rapporti e studi (poco più di 5 rapporti per anno), 90 Relazioni (poco meno di 2 atti per anno), 130 Dossier relativi ad atti di convegni ospitati presso la sede (circa 7 documenti a triennio) ed infine 20 Protocolli e collaborazioni istituzionali.

Come si vede, l’attività più incisiva riguarda solo le osservazioni e i dossier di studio. La mole imponente di materie interessate dalla dichiarazione di missione del C.N.E.L. suggerisce un interrogativo: se è vero che la produttività di un ente non si misura solo dalla quantità dell’attività svolta, ma anche dalla qualità dei prodotti realizzati, un dato numerico così esiguo induce a riflettere, alla luce del fatto che non si conosce concretamente l’impatto che gli stessi hanno avuto sullo sviluppo dell’economia e del lavoro.

–    Quanti disegni di legge proposti dal C.N.E.L. sono stati approvati dal Parlamento?
–    Quante osservazioni e proposte sono state recepite?
–    Quanti rapporti e studi sono stati concretamente utilizzati dagli operatori del settore?
–    Quante macro aree di studio sono realmente state incise dall’attività dell’ente?

Un recente articolo pubblicato sull’Espresso, e titolato emblematicamente “CNEL, il cimitero degli elefanti”, fornisce una dettagliata analisi del costo complessivo della struttura, circa 20 milioni di euro l’anno, per una media di 17 attività documentali diversificate ed una sola riunione al mese di circa 180 minuti di durata.

Il budget serve a pagare, oltre alla segreteria del Presidente, gli stipendi a 80 dipendenti, le consulenze ed il gettone dei 121 consiglieri cui vanno 2.104 e 55 centesimi (lordi) al mese. Se poi un consigliere non può o non ha voglia di recarsi a Villa Lubin all’appuntamento mensile, non perde lo stipendio, perché non di retribuzione si tratta ma di appannaggio: gli viene semplicemente detratta una somma pari al 15% dell’indennità a cui ha diritto, ricevendo regolarmente il corrispettivo della sessione di lavoro disertata.

Vanno inoltre aggiunte le spese per le missioni in Italia, all’estero, i rimborsi spese e gli acquisti vari.

Una valutazione in termini di economicità, efficacia ed efficienza imporrebbe di propendere per la soppressione del C.N.E.L.

In attesa di una legge costituzionale di soppressione, possiamo già fare qualcosa per risparmiare:

una legge ordinaria potrebbe essere lo strumento per realizzare effetti immediati, procedendo ad una riforma endogena della sua composizione e della sua struttura amministrativa. Si potrebbe pensare ad un modello di organismo snello ed indipendente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, composto da un numero massimo di 20 consiglieri scelti su base rappresentativa previo accordo tra soggetti omogenei che compongono oggi il CNEL.

Il CNEL, così riformato e più aderente anche alla fisionomia europea tanto nella missione quanto nei numeri potrebbe limitarsi a svolgere le sole attività direttamente attribuitegli dalla Costituzione, vale a dire la consulenza delle Camere e del Governo, l’iniziativa legislativa ed il contributo all’elaborazione della legislazione economica e sociale. Il personale potrebbe essere utilizzato nelle altre amministrazioni, mentre per il suo funzionamento il nuovo CNEL potrebbe avvalersi di poche unità, altamente specializzate ed assegnate direttamente dalla Presidenza del Consiglio.

Una semplice legge ordinaria che produrrebbe un risparmio nel bilancio dello Stato, qualche disoccupato della politica in più ma, soprattutto una grande inversione di rotta verso ciò che serve e produce davvero.

Sarebbe forse chiedere troppo?