Note sulla “rivoluzione brasiliana”

(Rossano Pecoraro – Docente di Filosofia presso l´Universita´ Federale dello Stato di Rio di Janeiro (UNIRIO).

La “rivoluzione brasiliana” non ha altre bandiere, solo quella verde-oro del Brasile. Le centinaia di migliaia di persone che nelle ultime settimane hanno protestato in decine e decine di citta´, dalle metropoli come Rio de Janeiro e São Paolo ai medi e piccoli comuni di periferia, non hanno risposto a nessuna convocazione esterna, a nessun appello di sindacati, partiti, associazioni, movimenti, ecc. Come sempre accade in questi grandi eventi sociali e politici si e´ partiti da un motivo unico e preciso (l´aumento delle tariffe di bus e metro) per arrivare alla grande mobilitazione di cui siamo testimoni. I social network e le nuove tecnologie di comunicazione di massa sono stati (e continuano a esserlo) fondamentali: tutto e´ sorto, cresciuto e si e´ consolidato li´.
 
L´interesse e l´attenzione per le manifestazioni sono altissimi in tutto il Paese. Una televisione e´ sempre accesa, sopratutto di sera e fino a tarda notte, in tutti i locali, ristoranti, bar e “botecos”. Fino qualche giorno fa si vedevano le cose (global) di sempre: calcio, arti marziali, musica. Poi, all´improvviso, tutto e´ cambiato: la trasmissione in diretta delle manifestazioni, le immagini dei cortei, la presa dei luoghi simbolo della politica, le violenze, le cariche della polizia – sono seguiti con passione, non raramente in un clima da stadio.
 
Il Brasile e´ un paese continentale e una Repubblica Federale, dove i governi dei singoli stati possiedono autonomie e poteri (esecutivi e legislativi) forti e radicati. Nonostante le rivendicazioni siano abbastanza simili le forme, i contenuti e i risultati, sono o possono essere molto diversi. Rio de Janeiro non e´ São Paulo, la capitale Brasilia non e´ Porto Alegre o Salvador.
 
L´autunno brasiliano non e´ la primavera araba, la rivoluzione turca o uno strascico di occupy wall street. E´ qualcosa di davvero diverso e difficile da definire… Del resto il Brasile e´ un paese giovane, giovanissimo. Dal processo di emancipazione dal Portogallo alla rinascita democratica (inizio anni novanta) sono trascorsi meno di due secoli. Il sistema democratico brasiliano, dopo i decenni di piombo della dittatura militare, ha poco piu´ di vent´anni: un postadolescente dal punto di vista temporale, ma gia´ maturo e essenzialmente solido.
 
A riempire strade e piazze sono studenti universitari e giovani intorno ai trent´anni. La grande maggioranza proviene dalla classe media e dalla borghesia.
 
Un dato decisivo, ma di cui si discute molto poco e´ che, di fatto, nessuna manifestazione e´ stata organizzata e/o si e´ svolta nelle “favelas” – che in un gergo politicamente corretto sono state  ridefinite “comunità” e che a Rio di Janeiro sono state invase e occupate dicono “pacificamente” dalla polizia in una prova di forza dello Stato contro la criminalita´ organizzata. Le ragioni di questo silenzio restano sconosciute. Ordine mafioso dei narcos? Accordo Stato-Criminalità? Paura di avere a che fare con i nuovi e potenti occupanti (la polizia)? Disinteresse? Problemi lavorativi-economici? Convenienza? Semplice pigrizia tropicale?
 
Per gran parte della societa´ e dell’opinione pubblica brasiliana la colpa delle violenze e´ della polizia, delle sue croniche incapacita´ e degenerazioni. Si dimentica, pero´, che molto spesso le cariche, i lacrimogeni, i colpi sparati in aria ecc. sono la “risposta” (certamente inadeguata) alle violenze di infiltrati, di gruppi di teppisti con i volti coperti, che in virtu´ di idea equivocata di libertà e del “quieto vivere” tipicamente brasiliano quasi nessuno – nelle manifestazioni – vuole fronteggiare e riesce a isolare. Ma i teppisti sono criminali, e non manifestanti piu´ o meno radicali.
 
La sicurezza nei grandi eventi (dai cortei alle partite della Confederations Cup) e´ precaria e poco garantita per una ragione abbastanza semplice: pochi sanno cosa fare e come farlo: i vertici civili e militari della polizia, i servizi, gli agenti, i manifestanti – ai quali nessuno ha  mai insegnato cos´e´ un servizio d´ordine autogestito, come strutturarlo e quali “regole” dargli. Il risultato? Improvvisazione, caos e violenze.
 
Da qualche giorno, dopo la decisione di alcuni governi statali, tra cui quelli di Rio de Janeiro e São Paulo, di fare retromarcia sugli aumenti delle tariffe dei mezzi pubblici una pericolosa parola attraversa i social network e i cortei: “vittoria”. Non è cosi´, ovviamente. Si tratta di un mero gesto. Maldestro, ipocrita, tattico. I venti centesimi dell´aumento si troveranno altrove, riducendo investimenti o inventando qualche tassa ad hoc. L´essenziale e´ tentare arginare la protesta, sfiancarla, dissolverla. Magari con l´aiuto della nazionale brasiliana e di qualche buon risultato.
 
Il tentativo della presidente Roussef – che lunedi´ si e´ riunita con tutti i governatori degli Stati e i sindaci delle Capitali (53 in tutto) – di proporre un grande piano nazionale di riforme e´ di certo una risposta concreta e chiara alle rivendicazioni della societa´ brasiliana. I cinque punti del piano: riforma politica, con la convocazione di un plebiscito e di una assemblea costituente; educazione; sanita´; fisco e trasporti pubblici sono estremamente ambiziosi e in parte utopici. Senza parlare degli interessi contrastanti dei singoli Stati, dei partiti e delle potentissime lobby industriali che li sostengono a livello locale e nazionale. In tutti i modi, il governo ha fatto la sua parte con una velocita´ e una concretezza eccezionali. Per quanto riguarda le ripercussioni e i possibili risultati e´ ancora troppo presto, ovviamente, per esprimere valutazioni e formulare giudizi di merito.
 
Proteste e cortei, del resto, non si fermano. E non devono fermarsi giacche´ non si tratta di una protesta per ridurre le tariffe dei mezzi pubblici di venti centesimi o  di una rivolta contro il Mondiale e le Olimpiadi (solo perche´ sembra essere di moda farlo, sopratutto quando i riflettori della stampa internazional in cerca di notizie si concentrano su questi punti). No… non e´ questo. E mentre governo, presidente, governatori e sindaci discutevano il piano di salvezza nazionale, varie manifestazioni si impadronivano di alcuni dei punti nevralgici di molte citta´ tra cui Rio de Janeiro, Porto Alegre e Belo Horizonte.
 
Ora, tre grandi questioni socio-politiche-storiche minacciano l´efficienza, la durata e i risultati di questa grande rivoluzione democratica: 1) la frammentazione – comunale, statale, federale – del potere politico e i suoi ramificati conflitti di interesse rendono estremanente complessa un´azione riformatrice concreta, veloce e effettiva; 2) l´inesistenza di una collaborazione, allo stesso tempo locale e nazionale, della societa´ civile (le Universita´ e i luoghi del sapere, in primis) con i movimenti di piazza che sia capace di formulare un´agenda comune di rivendicazioni e di controllarne l´esecuzione; 3) il modo di pensare e agire (il famoso o famigerato “jeitinho”) brasiliano dove tutto (o quasi) dal punto di vista sociale, morale e di galateo e´ permesso o tollerato.